bruno appoggiato

 

Volevo fare l’antiquario, lo faceva mio padre. Cercare il pezzo raro. Studiare la mano di chi l’aveva realizzato. Eh, niente. Non ho fatto quel mestiere lì.

Poi volevo fare l’architetto. Organizzare gli spazi e capirne il senso. Ad esempio, tirar su una casa: perché i muri lì non dovevano esserci; perché quella statua; era proprio necessaria una scala in quel luogo? E come ci stavo lì dentro? Bene, male, così-così…Eh, niente. Non ho mai organizzato nessuno spazio.

Mi piacevano le parole. Le ho sempre considerate la miglior sonda per scavare dentro di noi. Le parole facevano luce. Le parole come la luce che serve allo speleologo che si butta nella pancia della terra. E non solo la luce ma la curiosità di scendere: a riportarmi su ci avrebbe pensato la cosa ritrovata o riscoperta, la cosa che già c’era, insomma quel che avrei trovato e al quale avrei dato un nome: il mio, o meglio il nome del mio idioletto.

Sono diversi gli attrezzi che fuor di metafora si usano per veder come siamo: la poesia è uno strumento olistico: c’è pudore e c’è sfrontatezza, eleganza e sguaiatezza, sprezzatura e concretezza. La poesia come un fucile a canne mozze che ti squarcia o la lama che sa trovare proprio quel tuo nervo là.

E quando hai finito con te stesso, poiché la poesia non conosce ritegno, in senso assoluto, si mette a raccontare la Specie, e allora più nulla sfugge: e quel che abbiamo davanti assume i contorni della Bellezza oppure appare in tutta la sua Miseria.

La poesia come tentativo di mettere ordine. È questo che m’è sembrato di fare quando sceglievo le parole: il pezzo raro (l’antiquario); il rapporto fra le cose (l’architetto); cercare dentro il buio (lo speleologo). E poi la commedia delle varie narrazioni o la tragedia notarile dei nostri conti: insomma il qui pro quo della vita quotidiana…

p.s.

Non so perché ma mi è venuto questo da aggiungere. Boh. E fa così: io metterei in un corso di psicologia (e/o di poesia) tre autori obbligatori. Simenon, con i suoi romanzi duri c’ha spiegato chi siamo, raccontando fatti; Proust, che partendo dal tempo impiegato a bere un the e a mangiare una madeleine è riuscito a spiegarci che significa cercare il tempo perduto; e Balzac che spiegando perché “…le speculazioni più sicure son quelle che riposano sulla vanità, sull’amor proprio, il desiderio di comparire. Questi sentimenti non moriranno mai!”, c’ha spiegato di che pasta siamo fatti.

p.p.s.

Chiara, non preoccuparti delle Malboro (ai tempi, quando ero giovane, fumavo le Turmac, così per dire): dieci pacchetti di Malboro fanno meno male e meno bene di una poesia scritta come si deve. Ciao

 

 

4 pensieri su “Per Chiara, che non sa smettere di fumare

  1. Inizio ringraziandoti per questo tuo bellissimo post-omaggio.
    Non ho mai saputo con precisione cosa volessi fare della mia vita, almeno fino a qualche tempo fa, però sapevo per certo che non volevo scrivere poesie. Ritenevo fosse cosa per pochi, per quelli davvero bravi a rendere la complessità in una manciata di parole semplici. Oggi sono convinta che questo mio rifiuto nascesse dal non volermi addentrare troppo nel mio intimo, dal non voler scavare alcun tunnel dentro la mia miniera. Del resto, non sarei mai stata capace di scrivere Mrs Dalloway, io!
    Poi ho fatto un po’ di ordine, sistemato un po’ di cose, sono venute fuori le prime parole e adesso eccomi qua a non pormi più limiti riguardo le profondità interiori raggiungibili. Anzi, vorrei andare sempre un po’ più in là.
    Alla lista dei tuoi autori da leggere ne aggiungerei uno, fra l’altro grande estimatore di Proust e Balzac: Tomasi di Lampedusa. Al di là della critica (spesso impietosa) è un maestro dell’approfondimento interiore e il Gattopardo, ma anche i Racconti (Lighea, in particolare) opere poco italianae e molto moderne, solo all’apparenza provinciali e affettate.

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